Serata del Pallone d’Oro di Vozinha: un momento perfetto per i sognatori del calcio

Josimar José Évora Dias, detto Vozinha, portiere capoverdiano di 40 anni, è arrivato in tempo al London Palladium lunedì sera, sotto luci bianche e nuvole di pioggia, per affermare il suo posto inatteso tra i migliori portieri dell’anno.

Nato a Mindelo, piccola città dell’isola di São Vicente, Capo Verde, Vozinha ha costruito una carriera tardiva che lo ha portato in Angola, Moldavia, Portogallo, Cipro, Slovacchia e ora in Cile. La sua candidatura al Trofeo Yashin del Pallone d’Oro non riflette il rendimento con il club, diviso tra poche presenze con il Chaves nella Liga Portugal 2 e il suo arrivo finora perlopiù cerimoniale nel grande Colo-Colo. Riflette invece la sua straordinaria prestazione al Mondiale di quest’estate, quando i tifosi hanno visto in lui uno dei propri, stanco e trascurato, protagonista di due partite segnate da una grazia spietata.

Vozinha ha blindato la porta della campionessa Spagna nella partita d’esordio di Capo Verde, tra le lacrime, e più tardi ha spinto l’Argentina, poi finalista, sull’orlo del baratro nei sedicesimi di finale. Nei giorni frenetici che hanno seguito, il suo seguito su Instagram è passato da 56.000 a 27,7 milioni di follower, e i tifosi di tutto il mondo lo hanno votato titolare nella Dream XI della FIFA.

Vozinha, il cui soprannome in portoghese significa “nonnina”, è diventato il simbolo collettivo di chiunque rifiuti di arrendersi all’idea che le proprie speranze a lungo inespresse non si realizzeranno mai. Eppure coltiva ancora le sue ambizioni, oggi necessariamente più modeste dei suoi successi.

Domenica pomeriggio, in una partita che avrebbe dovuto saltare per partecipare al Pallone d’Oro, ha finalmente ottenuto una presenza in campionato con il Colo-Colo, dove non è ancora riuscito a superare nelle gerarchie il suo rivale adolescente. Ha giocato bene: la sua squadra ha pareggiato 1-1 con il Palestino, e Vozinha ha compiuto tre parate spettacolari che hanno lasciato gli avversari con le mani sulla testa e costretto il tecnico a riflettere sulle proprie scelte.

Dalla Cile a Londra, di corsa

Poi si è precipitato all’aeroporto di Santiago per iniziare la sua trasferta a Londra. Vestito con una tuta bianca, è stato accompagnato da una guardia del corpo che, con fare teatrale, gli ha tenuto un braccio intorno alla vita per tutto il percorso nel terminal, come se avesse ammanettato al polso una valigetta piena di diamanti. Vozinha, fischiettando sottovoce, ha risposto con un cenno della mano alle rare grida di incoraggiamento dei compagni di viaggio.

Accompagnato dal presidente del club, Aníbal Mosa, è volato prima a Madrid, dove è salito su un jet privato per l’ultimo tratto della sua maratona. È partito solo sei ore prima che iniziasse la premiazione del Pallone d’Oro.

Il suo smoking d’ordinanza lo aspettava appeso nella parte posteriore dell’aereo. Se lo è infilato in fretta e ha attraversato le strade congestionate di Londra e la folla del Palladium, arrivando infine tra un’ammirazione insolita e le solite probabilità sfavorevoli. Il rapper French Montana aveva già aperto la serata cantando il suo successo “One Night” in cima a un bus a due piani, e Vozinha sembrava aver accettato lo stesso patto: “Tutto ciò che mi serve è una notte”.

Ha firmato più autografi di quasi tutti. Ha chiesto anche di farsi fotografare con la stella del Barcellona e candidata al Pallone d’Oro Lamine Yamal e con il veterano allenatore Fabio Capello, comportandosi più da tifoso che da collega. Poi ha compiuto gli ultimi passi verso il suo posto, mostrando alle centinaia di fotocamere l’espressione che lo ha reso amato da milioni di persone: un po’ stupito, un po’ commosso, mentre assorbiva il momento e allo stesso tempo ne restava incredulo.

Il prezzo della fama

In una recente intervista con The Observer, Vozinha ha confessato che le difficoltà della sua improvvisa notorietà pesano più dei suoi vantaggi. “Molte persone vogliono essere famose e avere una visibilità pubblica, ma vedono solo il lato positivo di questa realtà”, ha dichiarato. “Ad essere sincero, se mi offrissero la vita che ho oggi o quella che avevo prima, sceglierei quella di prima”.

Un giorno, quasi inevitabilmente, vedrà esaudito il suo secondo desiderio.

A settembre, Capo Verde ha perso due volte nelle qualificazioni alla Coppa d’Africa, e Vozinha somigliava al protagonista di una favola sul pericolo di un’ascesa temporanea. Ha commesso un errore clamoroso nella sconfitta per 3-1 contro il Mali e non è riuscito a parare nessuno dei due tiri affrontati contro il Ruanda, perdendo di nuovo, 2-1.

Dopo il suo arrivo rumoroso al Colo-Colo, aveva detto ai giornalisti: “Nonostante abbia giocato in campionati minori, per club che non erano esattamente giganti, nel profondo mi sono sempre detto di essere un giocatore da grande club”.

Una distanza che resta

I portieri di prima fascia non sfuggono all’attenzione dei grandi club. Vozinha è qualcosa di meno. Quasi a sottolinearlo, il video di presentazione dei candidati del Palladium lo ha escluso prima ancora di mostrarlo. Aveva percorso una lunga strada per non sentire il proprio nome né gli applausi che sarebbero seguiti.

È stato un errore imperdonabile, ma non è un’offesa sostenere che questa candidatura sarà un congedo più che un presagio di traguardi maggiori. Rende ciò che ha fatto l’estate scorsa ancora più speciale.

Vítor Martins, il suo allenatore al Chaves, ha espresso il concetto meglio di chiunque altro, dopo che Vozinha aveva annunciato la partenza dal Portogallo, prima di compiere le imprese contro Spagna e Argentina. L’addio di Martins si è rivelato profetico. Suonava anche, in modo bellissimo e doloroso, come un elogio funebre.

“È in un momento molto particolare della sua carriera e vive un momento unico della sua vita, uno che forse considerava impossibile: giocare un Mondiale a 40 anni”, ha detto Martins. “È stato un professionista perfetto fino alla fine”.

Ogni portiere ammetterà che ci sono partite in cui ogni dettaglio sembra girare miracolosamente a suo favore. La Spagna ha colpito la traversa contro Capo Verde, un particolare meno ricordato, e ha indirizzato più occasioni verso Vozinha che lontano da lui. Quella partita avrebbe potuto finire diversamente, con Vozinha uscito valoroso ma sconfitto.

È così che si è concluso il suo racconto mondiale, dopo un supplementare entusiasmante contro l’Argentina, in cui ha fermato più volte l’inarrestabile Lionel Messi.

La serata di lunedì sarà il suo ultimo contatto con una grandezza simile. Lo sa. Quando ha trovato il suo posto, era in seconda fila, lontano dal corridoio, consapevole che non avrebbe dovuto salire sul palco.

Sa che non godrà mai della brillantezza prolungata di Harry Kane, delle gloriose e quasi ininterrotte giocate di Kylian Mbappé o del futuro sconfinato di Yamal. Ha guardato i re della sua nobile professione, tra cui David Raya e Unai Simón, il vincitore predestinato del Trofeo Yashin, e ha capito che non avrebbe mai condiviso le loro ricchezze, ma solo un po’ della loro aria.

Ha però un cuore smisurato e, in quello spazio immenso, sa qualcosa che i suoi rivali più fortunati non sapranno mai: sa cosa significa non essere scelto, e sa anche cosa significa sentirsi parte di qualcosa, anche solo per un po’.

“La prestazione è una prestazione per tutti”, aveva detto singhiozzando dopo la sua impresa contro la Spagna.

Quando la sua strana e scintillante serata è giunta al suo dolceamaro epilogo, Vozinha si è alzato e si è attardato nel corridoio, come incerto su dove andare, e ha alzato lo sguardo verso i lampadari del Palladium, di nuovo un po’ stupito e un po’ commosso. Aveva fatto un lungo viaggio per essere a Londra, nella vita e in quel giorno, ma per una notte, almeno, ha potuto considerarsi tra i giganti del gioco, e il resto di noi ha potuto sentirsi con lui.

È stato più di un professionista perfetto. È stato il simbolo perfetto di tutti noi che amiamo il calcio senza essere ricambiati, in attesa del momento in cui decida di amarci a sua volta.

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